[pt 1] Il futuro del lavoro: intervista a David Orban

Durante una puntata di 2024, Enrico Pagliarini intervista David Orban, amministratore delegato di Dot.Sub, docente alla Singularity University e tecnology evangelist, ovvero colui che immagina il futuro e lo divulga in maniera semplice. Il tema della discussione è uno dei più caldi del momento: quale sarà il futuro del lavoro delle nostre economie? Che cosa ne sarà del ruolo dell’uomo in una società sempre più automatizzata? Esiste il rischio che l’uomo sia sostituito dalla macchina? Ho trascritto l’intervista e questo è il risultato: buona lettura!

David Orban

David Orban

Enrico Pagliarini: Oggi vogliamo cercare di capire quale potrà essere l’impatto che le macchine avranno nel prossimo futuro. Possiamo immaginare che in un futuro vicino le macchine superino e sostituiscano gli uomini in qualsiasi ambito?

David Orban: C’è stato uno studio nel 2013 che ha analizzato 700 categorie di lavoro attualmente svolte da persone e ha analizzato quanto queste categorie fossero soggette all’automazione. Le professioni sono state classificate dalla più vulnerabile all’automazione come il telemarketing, il lavoro di commercialista la vendita al dettaglio:  già vediamo oggi nei super mercati casse automatiche che sostituiscono la figura del cassiere. Lo studio continua fino ad arrivare alle professioni meno soggette all’automazione, come può essere il personal trainer, il prete oppure l’ingegnere chimico.

EP: Sicuramente questo studio non è stato fatto in Italia, perché il commercialista italiano con il sistema fiscale attuale sarà difficile sostituirlo.

DO: Questa osservazione non è banale: ci sono politiche in certe nazioni che sembrano fatte apposte per rendere la società meno produttiva e le altre nazioni che abbracciano l’innovazione ne sono solo che avvantaggiate perché, in termini differenziali, ne guadagneranno in ricchezza e in capacità di crescita produttiva rispetto alle nazioni meno efficienti.

EP: Quindi la produttività non è solo un fattore relegato unicamente al funzionamento e organizzazione delle aziende. Una buona parte della produttività deriva anche dal sistema organizzativo costituita da leggi e regolamenti di una nazione. Tornando al nostro tema: è probabile che una buona parte dei mestieri possa essere sostituita dalle macchine nei prossimi 10 o 20 anni?

DO: In effetti è una domanda che non siamo i primi a porci. 200 anni fa, quando si sono presentate le prime macchine tessitrici in Inghilterra con la prima industrializzazione, il movimento dei Luddisti riteneva di doversi opporre violentemente alla loro diffusione, perché avrebbero non solo rubato il lavoro, ma perché ritenevano il lavoro come scarso, presente in quantità limitata e insostituibile. Abbiamo visto che non avevano ragione. L’automazione dell’attività agricola ha fatto sì che l’80% delle persone che si occupavano di produzione e cibo si potessero spostare in città per fare dell’altro. Successivamente con la rivoluzione della società della conoscenza, dalle fabbriche si sono spostate alle scrivanie e oggi abbiamo un 3% della popolazione che è in grado di nutrire il 100% e abbiamo un 20-30% della popolazione che produce gli oggetti fisici attorno a noi. Tutti gli altri sono in banca, alla radio o si occupano di tecnologia. Ma se anche questi lavoratori cosiddetti white collars (colletti bianchi) verranno sostituti dai computer, un gruppo sempre più ampio di persone si guarderà allo specchio e dirà: “Non ce la faccio più: non riesco a riqualificarmi abbastanza velocemente per una nuova occupazione che arrivano i computer e mi prendono anche quella”.

EP: Pensi che questo fenomeno possa apparire presto?

DO: Si, lo vediamo già in effetti: la crisi finanziaria del 2008 ha prodotto improvvisamente una quantità di disoccupazione che si prevedeva venisse poi riassorbita dal ripartire dell’economia. I profitti delle aziende quotate in borsa negli USA negli ultimi anni sono ottimi, ma l’occupazione corrispondente non si è manifestata e c’è un consenso crescente che la causa fondamentale di questo stia nelle aziende che sono state in grado di ripartire e produrre con un numero radicalmente inferiore di persone.

EP: come si può reagire a tutto ciò? Alcuni dicono: l’evoluzione tecnologica farà sì che gli uomini verranno sostituiti in alcuni ambiti ma potranno inventare nuovi mestieri. Se questa potrà essere una soluzione, possiamo confermare che i Luddisti di oggi anni si sbagliano come quelli di 200 anni fa. O siamo arrivati ad un livello di completezza della tecnologia che sta cambiando queste dinamiche?

DO: Vorrei dare due risposte alla tua domanda. Da una parte, dal punto di vista dell’individuo è essenziale rendersi conto che se i nostri genitori potevano imparare un mestiere e svolgerlo per tutta la loro vita lavorativa. Oggi questo non è più vero e non solo dobbiamo prepararci ad avere uno, due, tre diverse professioni nell’arco dei 30 anni, ma dobbiamo prepararci a cambiare mestiere ogni 5-10 anni, quindi averne 10 diversi nell’arco della nostra vita professionale. Dall’altra parte, ci saranno persone che diranno: “Io non sono in grado di tenere questo passo”. A queste persone la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle nazioni unite continuerà a dover essere applicata, in quanto continueranno a vivere all’interno della nostra società. Questa dichiarazione all’articolo 25 sostiene che ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e benessere propria e della sua famiglia.

EP: Già oggi per molti questa dichiarazione non si applica.

DO: Nel momento in cui non potremo più ignorare quel 5% perché diventato il 50% della popolazione, la società stessa dovrà interrogarsi se è il caso di ridiscutere che cosa sono i diritti e doveri di ogni individuo all’interno di questa società. Potrebbe essere necessario rifondare il contratto sociale corrispondente.

Continua con la parte 2

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